DUE NUOVE PUBBLICAZIONI SULLA BATTAGLIA DI CANNE
La “navicella spaziale” denominata “Molise Punico III” sponsorizzata dalla NASA, leggi Comunità Montana Fortore, sta continuando il suo viaggio attraverso la “costellazione punica fortorina” per far sì che il suo equipaggio composto da “novelli argonauti” possa divulgare agli “ignoranti” molisani che la battaglia di Canne fu combattuta presso il fiume Fortore. La famosa astrofisica Margherita Hack ignora l’esistenza della “costellazione punico fortorina”; ergo, la “navicella spaziale” sta viaggiando verso l’ignoto! Noi ignoranti, vivendo sul nostro amato pianeta Terra, siamo a conoscenza che nei mesi di settembre ed ottobre sono stati pubblicati due libri dedicati ad Annibale ed alla battaglia di Canne: “Annibale Un viaggio” di P. Rumiz, inviato speciale del “Piccolo” di Trieste ed editorialista de “la Repubblica” e “Canne Descrizione di una battaglia” di M. Bocchiola, traduttore ed autore di numerosi saggi critici, e M. Sartori, insegnante e traduttore, studioso di storia romana. Rumiz, con lo stile del giornalista esperto descrive, tra il serio ed il faceto, il suo viaggio nei luoghi che videro la presenza di Annibale, tra questi Canne dell’Ofanto che ritiene “troppo sfacciatamente evocativa” e si pone la domanda: “E se il sito fosse altrove? Segni del III secolo avanti Cristo, quasi assenti.” La risposta gli viene data “con un argomento assoluto: delle grandi battaglie non rimane mai nulla. Già a Waterloo, a soli due secoli, non si trova più niente. Da migliaia di anni è la stessa storia. I corpi vengono spogliati dai vincitori di tutto ciò che può servire loro; i contadini della zona fanno il resto. E in effetti proprio Canne lo dimostra.” L’autore ricorda che ogni anno Canne dell’Ofanto è visitata dagli “allievi ufficiali di tutto il mondo della Scuola di guerra di Gaeta” e che “il generale di turno spiegava la ratio militaris degli schieramenti.“ Scrive ancora che: “L’individuazione dei siti annibalici alternativi scaturiva quasi sempre da ferree convinzioni di studiosi dilettanti, ciascuno dei quali spostava l’epicentro della battaglia nelle terre di casa sua. Uno di loro, Antonio Fratangelo, (scrive Rumiz, n.d.r.) lo trovai per caso a Pietracatella, nell’area dei Monti Dauni, il giorno d’inizio della mietitura. Costui sciorinò una sequela impressionante di prove e giurò che il fiume della battaglia non era l’Ofanto mezzo disseccato ma il gagliardo Fortore, del resto chiamato dagli antichi con un nome assai simile al primo: Aufidum.” La seconda pubblicazione è più seria nel trattare la “storia” della battaglia di Canne: “Fra tutte le battaglie, Canne (dell’Ofanto, n.d.r.) è anche la più studiata dai generali e dai cultori di tattica e storia militare. Rappresenta lo scontro campale per eccellenza. Canne è una località, o meglio un territorio, della regione che i Romani chiamavano Apulia: si trova a pochi chilometri a sud di Barletta. Sarà la battaglia campale più studiata, ammirata e deprecata della Storia, analizzata da tutti i grandi strateghi delle epoche successive”. Ed ancora: “ Un punto sul quale non si presenta alcuna divergenza degna di nota fra questi due storici (Polibio e Livio, n.d.r.) di Roma, è il luogo dove si svolse lo scontro”. “Sia Polibio sia Livio convengono inoltre che la battaglia debba essere svolta in una zona pianeggiante: un elemento decisivo, come vedremo, per facilitare le manovre della cavalleria. Bisogna aggiungere che pur essendo marginale nel nostro racconto, la questione del campo di Canne continua ancora oggi a essere un gioco o un cimento di passioni e curiosità: c’è per esempio chi la ipotizza decisamente più a nord (circa al confine tra le province di Foggia, Campobasso e Benevento) identificando il fiume Aufido non con l’Ofanto, bensì con il Fortore. Oggi Canne della Battaglia (dell’Ofanto, n.d.r.) è un campo di battaglia che sembra fatto apposta per agevolare le manovre della cavalleria: L’unica arma in cui Annibale è loro (ai Romani,n.d.r.) nettamente superiore.” Impegnati nel loro viaggio attraverso la “costellazione punica fortorina” i “novelli argonauti” vogliono continuare “un gioco o un cimento di passione e curiosità”. Avendo dimenticato di portare e di consultare il prezioso testo “Gli antichi italici” di Giacomo Devoto, glottologo di fama internazionale, commettono il grave errore di ritenere la nostra lingua, il nostro dialetto derivante da una ininfluente, quanto occasionale presenza punica ai margini dell’esteso territorio dei Sanniti-Pentri, unici fra i popoli italici rimasti fedeli alleati di Roma all’epoca della battaglia di Canne dell’Ofanto.
Oreste Gentile



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